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Quarant’anni di Teatro

Ho fondato, insieme ad alcuni amici, la Compagnia teatrale “Le colonne” nell’estate del 1979. Qualche mese dopo avrei compiuto 18 anni. Posso dire, dunque, di essere cresciuto con lei, tanto che la mia storia personale e quella della mia Compagnia s’intrecciano fino a confondersi, spesso.

Il contesto in cui la Compagnia nacque è quello degli anni settanta, che a Sezze fu ricco di stimoli culturali e l’iter di formazione fu quello abbastanza comune in quel periodo, quello che cominciava dalla “gavetta” degli spettacoli per amici e parenti.
Dopo quasi quarant’anni, ci ritroviamo ancora a fare teatro. Per noi, questa è una cosa straordinaria. Il resto è importante ma non è il cuore di quello che, per noi, significa fare teatro.
Si può desiderare di fare teatro, perché, in effetti, si voleva fare cinema, ma il cinema è arte costosissima e allora si fa teatro come ripiego. Ma oggi, con i nuovi cellulari e con il web, fare cinema non è più costoso. E, invece, si continua a fare teatro.Si può desiderare di fare teatro, perché si voleva fare teatro professionistico e non ci si è riusciti. E allora si fa teatro amatoriale come ripiego. Ma poi si scopre che la linea di demarcazione fra teatro fatto bene e teatro fatto male non è sempre coincidente con quella fra teatro professionistico e teatro amatoriale. E si continua a far teatro. Teatro. Punto.
Si può desiderare far teatro dialettale, perché a un certo pubblico piace di più. Oppure far teatro d’avanguardia, perché a un certo altro tipo di pubblico piace di più. O, ancora, far teatro tradizionale, perché c’è un altro tipo di pubblico che lo preferisce ancora di più. O teatro comico. O teatro drammatico. O teatro civile. O teatro di strada. E poi si continua a far teatro. Sempre e solo teatro. Teatro. Punto. Si può far teatro perché il pubblico vuole questo e bisogna dargli questo.
Si può far teatro perché questo è il tipo di teatro che in questo momento piace ai burocrati che sovrintendono ai contributi pubblici, e allora bisogna fare questo tipo di teatro, se si vuol sopravvivere.

Si può far teatro perché il teatro di regia è l’unica forma giusta di teatro.
Si può far teatro perché, invece, il teatro dell’attore è l’unica forma giusta di teatro.
No: il teatro di parola!
No: la scrittura di scena!
Il pubblico!
La critica!
I soldi!
L’autore!
Shakespeare! Čechov! Peter Brook! L’Odin teatret! Mio cugino!

E poi, non subito, si capisce che esiste un amore per il teatro che, non senza qualche imbarazzo, non saprei definire in altro modo che “puro”. Un amore “puro” per il teatro. “Puro”, cioè “assoluto”, cioè, ancora, “sciolto”. Sciolto da qualsiasi contingenza (che pure ci vuole).
È l’amore per un’arte collettiva, che non si può fare da soli. E se la si fa da soli, per me, non è teatro. In cui tutto concorre al risultato finale: luci, autore, pubblico, attore, regista, scenografo, scenografie, suoni, costumi, costumista, macchinista…
È l’amore per un’arte fragile come la vita. Che vive l’istante in cui qualcosa accade fra coloro che agiscono e coloro che patiscono. E gli uni sono sempre anche gli altri. Un’arte che non contempla ripetizione identica a se stessa, che quando è accaduta è perduta, o conservata soltanto nella memoria. Vive e muore nello stesso istante.
È l’amore per un’arte che è vita ma è anche più della vita, poiché ogni gesto, ogni parola, ogni emozione dura un istante ma con un’intensità che, poche volte, nella vita accade di sperimentare.
E poi, alla fine: non fai teatro perché sai cosa significhi fare teatro. Fai teatro e, piano piano, cominci a capire cosa significhi, per te, fare teatro. Cosa sia fare teatro, quello non lo capirai mai fino in fondo. Perciò, se hai cominciato, continuerai a farlo.

Di Giancarlo Loffarelli.

Compagnia Teatrale le Colonne.

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