Il patrimonio storico artistico dei Monti Lepini, dalle origini al XIV secolo.

Le creste dei Monti Lepini costituiscono un limite tra i territori dei versanti opposti. Un versante montano – esposto a sud-ovest e quindi soleggiato durante tutta la durata del dì – rivolto verso la pianura Pontina e il Tirreno, che diventa a poco a poco collinare, più dolce nel suo lento digradare verso il mare; qui, isolato, domina il rilievo del Monte Circeo, quasi una materializzazione del “genius loci”. Per rappresentare questo versante e la sottostante pianura, un pittore – nei secoli molti artisti hanno ritratto questi luoghi (fig. 1) – userebbe molto bianco per le rocce calcaree affioranti dal terreno e per le costruzioni delle città arroccate sulle sommità dei colli, il verde per la vegetazione, le terre per la pianura e i tetti degli edifici storici, diversi toni di blu per le numerose sfumature delle acque dei fiumi, dei canali, dei pantani, dei laghi e del mare.

1 –  Edward Lear, Sermoneta, 1841 (Archivio di Stato di Latina).
1 – Edward Lear, Sermoneta, 1841 (Archivio di Stato di Latina).

Su questa parete dei Lepini, procedendo da nord verso sud, sono ubicati gli abitati di Rocca Massima, Cori, Norma, Sermoneta, Bassiano, Sezze, Roccagorga e Maenza. All’estremità meridionale, la valle del fiume Amaseno si biforca isolando una bassa collina su cui è distesa, a partire dal XIII secolo, Priverno, dove gli abitanti si rifugiarono dopo aver abbandonato il sito della originaria Privernum – città romana e poi medievale – nella piana di Mezzagosto. Proseguendo, sul limitare della catena dei Monti Ausoni, c’è Sonnino e, in posizione più elevata, Roccasecca dei Volsci.
L’altro pendio, esposto a nord-est, resta nelle caratteristiche montano sino alla confluenza con la sottostante valle del Sacco; aspro e dalla vegetazione boscosa e più rigogliosa, offre panorami meno vasti. Qui predominano le molte sfumature dei verdi; è presente il bianco del calcare delle rocce emergenti e dei manufatti dell’uomo e i colori delle terre. Un ideale percorso, ugualmente snodato da nord a sud, unirebbe i centri urbani di Artena, sulle propaggini dei Lepini verso i colli Albani, Segni, Montelanico, Gorga, Carpineto, e più isolato, Prossedi.
In epoche remote, il diverso orientamento dei versanti e la separazione operata dallo spartiacque non determinarono una particolare diversità nelle culture e nei manufatti che ne rappresentavano le testimonianze materiali. Tali infatti avevano forme e significati comuni.
Questo racconto, scandito nel tempo dai manufatti dell’uomo, inizia dalla preistoria, più precisamente dal paleolitico, una età in cui l’uomo viveva della raccolta di vegetali e della caccia, rifugiandosi in cavità naturali del terreno. Nei dintorni di Sezze sono numerose le tracce lasciate da questo nostro progenitore in diversi anfratti naturali: la Grotta Iolanda, il Riparo Roberto, la Grotta Arnalo dei bufali, ove nel 1936 è stato scoperto un dipinto rupestre in ocra rossa – forse più tardo, riferibile al mesolitico – raffigurante l’uomo a Ψ greca (fig. 2); reperto staccato e conservato nel Museo Pigorini di Roma. Altri oggetti, provenienti da questi siti, insieme a manufatti di epoca protostorica sono visibili nel locale Museo archeologico. In epoca pre-romana e fino all’ottocento l’area era identificata come terra volsca, per la stirpe residente cui venivano attribuite – ancora oggi visibili nella Civita di Artena, a Cori, Norma (fig. 3), Segni (fig. 4) e Sezze – le strutture megalitiche delle cosiddette mura poligonali. Si tratta di mura di cinta urbane di grande spessore, costruite con grossi blocchi di pietra perfettamente sagomati e incastrati senza uso di leganti e tali da non offrire alcun appiglio agli assalitori.

2 – Sezze, Grotta Arnalo dei bufali (oggi al Museo Pigorini a Roma): uomo a Ψ (graficizzazione digitale dell'autore)
2 – Sezze, Grotta Arnalo dei bufali (oggi al Museo Pigorini a Roma): uomo a Ψ (graficizzazione digitale dell'autore)
3 – Edward Lear, Antica porta di Norba, 1841 (Archivio di Stato di Latina).
3 – Edward Lear, Antica porta di Norba, 1841 (Archivio di Stato di Latina).
5 – Artena, Piana della Civita: ruderi di villa rustica, seconda metà I sec. a.C.
5 – Artena, Piana della Civita: ruderi di villa rustica, seconda metà I sec. a.C.
6 – Giovanni Battista Piranesi, Cori: Tempio di Ercole, 1764 (coll. privata).
6 – Giovanni Battista Piranesi, Cori: Tempio di Ercole, 1764 (coll. privata).
4 –  Segni, Acropoli: mura poligonali e Porta saracena.
4 – Segni, Acropoli: mura poligonali e Porta saracena.

Sorprende, ancora oggi, come blocchi di tali dimensioni possano essere stati movimentati e sollevati ad altezze anche superiori a dieci metri con l’uso di una limitata tecnologia. Antecedentemente ai rigorosi studi archeologici effettuati nei primi decenni del secolo scorso, le mura venivano qualificate dal termine “ciclopiche”, alludendo, in maniera evocativa, alla mitologica stirpe che sola poteva realizzare siffatti manufatti. Oppure venivano attribuite al popolo dei Pelasgi. Tale era la somiglianza con costruzioni analoghe della Grecia e dell’Asia Minore, da ricondurle cronologicamente all’età del Bronzo, l’epoca della costruzione delle mura di Argo, Micene o Tirinto. Studi archeologici recenti, invece, spostano la datazione al IV-III secolo a.C. riferendo le costruzioni ad un ambito romano. Nei territori attorno a Roma, abitati dai Volsci, Sabini, Equi e Sanniti, la fondazione di colonie era iniziata già al tempo dei re e della prima repubblica.
La civiltà romana lascia tracce, ancora oggi visibili, nella Civita di Artena (fig. 5), il cui Museo civico archeologico testimonia la ricchezza di questa “cultura materiale” (I secolo a.C.-III secolo d.C.). A Segni il Museo Archeologico Comunale testimonia la vitalità urbanistica e la complessità topografica antica della città e del territorio comunale (le già citate mura poligonali, il foro, il tempio dell’acropoli dedicato a Giunone Moneta, il piccolo ninfeo repubblicano) così come la raffinatezza dell’arte scultorea (le statue di Augusto e Livia). Nel tessuto ancora vivo della città di Cori è visibile il tempio di Castore e Polluce (I secolo a.C.) – di cui rimangono in piedi alcuni elementi architettonici – e il più integro tempio dell’acropoli detto di Ercole (IV-II secolo a.C.). Questi monumenti avevano interessato architetti – si pensi agli studi dei fratelli Antonio il Giovane e Giovanni Battista da Sangallo (1514 ca.) – e ammaliato tra il Settecento e l’Ottocento artisti e viaggiatori del Grand Tour, tra gli altri John I. Middleton, Luigi Rossini, Carl Ferdinand Sprosse; prima ancora Giovanni Battista Piranesi che, pubblicando nel 1764 le Antichità di Cora, illustra con incisioni i monumenti antichi della città e contribuisce ad inserire Cori nel prestigioso itinerario di viaggio (fig. 6). Nel Museo Archeologico di Sezze è possibile ammirare altre testimonianze materiali dell’antica Setia, in particolare il mosaico di Porta Romana dai motivi geometrici policromi, che decorava il pavimento di una domus urbana. A Sermoneta, nella collegiata di S. Maria, un seggio medievale è stato ricavato da una ara pagana in marmo (II secolo d.C.) del tempio dedicato, secondo fonti storiografiche locali, alla dea Cibele; la cattedra è decorata da rilievi naturalistici in foggia di arieti, gru, serpenti e festoni (fig. 7). In località Mezzagosto – al centro della valle del fiume Amaseno e in posizione di raccordo tra la Pianura pontina e la valle del Sacco – i resti dell’antica Privernum mostrano l’originaria (dal II secolo a. C.) sede urbana e il suo sviluppo medievale, prima che la caduta dell’Impero e le scorrerie ad ondate di popoli invasori costringessero gli abitanti a rifugiarsi sul colle, dove ancora oggi i privernati risiedono. L’area archeologica occupa circa 12 ha e racchiude mura in opera incerta, costruzioni idrauliche, templi di età repubblicana, un teatro, abitazioni e tabernae. Nel Museo archeologico di Priverno, tra i tanti reperti trovati durante gli scavi, è esposto un ampio mosaico (I secolo a.C.) decorato con un motivo a cassettonato prospettico e con una lunga soglia ornata da un paesaggio raffigurante la riva del fiume Nilo, animata da animali e uomini.

Nel trattare il periodo medievale – dovendo tratteggiare e quindi sintetizzare il ricco patrimonio architettonico, storico e artistico elaborato dalle comunità nel periodo compreso tra il V e XV secolo d.C. – si farà sicuramente torto a qualcuno dei centri Lepini. Questo ampio arco di tempo vede il diffondersi della fede cristiana nelle città e, attraverso gli ordini monastici, nei territori più lontani e inospitali, cui corrisponde la costruzione delle chiese, delle cattedrali e delle abbazie. Parallelamente si verifica la concentrazione di ricchezza e potere nelle mani di alcune famiglie: Annibaldi, Caetani (fig. 8), Conti da Ceccano, Conti di Segni, Conti d’Aquino….); all’interno di esse, peraltro, venivano scelti vescovi, cardinali e papi. Alla costruzione di castelli e palazzi nobiliari si alterna la realizzazione dei palazzi comunali che, come simboli identitari, dimostrano la coesione dei cittadini.
Nel territorio pontino-lepino il luogo di origine della comunità cristiana è Terracina, prima sede vescovile, già in epoca costantiniana. Dove sorgeva un antico tempio pagano, gli abitanti innalzarono il primo luogo di culto della loro comunità, l’attuale cattedrale di S. Cesareo.
La sede vescovile a Segni è presente già alla fine del V secolo, con il primo vescovo Santulo. Il più antico tempio pagano dell’acropoli viene trasformato, secondo fonti storiografiche locali, nella cattedrale dedicata a San Pietro. La chiesa, di piccole dimensioni, occupa la cella centrale del tempio con una navata su colonne; il contiguo campanile romanico è caratterizzato da bifore con archi trilobi (fig. 9).

8 – Ninfa: Il castello e il lago, antico feudo dei Caetani.
8 – Ninfa: Il castello e il lago, antico feudo dei Caetani.

Attorno all’anno mille, l’espansione dell’abitato spinge i cittadini a costruire, tra la seconda metà del XI e il XII secolo, il Palazzo Comunale e una nuova cattedrale, in stile romanico, dedicata a S. Maria. L’edificio di culto, poi, viene ricostruito in forme barocche nel XVII secolo e subisce nel tempo ulteriori interventi di “ammodernamento”. Il campanile, pure snaturato da alcuni rifacimenti, mantiene vivo il carattere romanico – presente anche nelle contemporanee torri campanarie di Subiaco, Anagni, Ferentino e Sermoneta (fig. 10) – originariamente ornato ai vari piani da finestre a bifora sottolineate da elementi in pietra. Prossimo alla chiesa è ancora riconoscibile il quartiere medievale attraversato da strette vie.
Sezze diviene sede vescovile nell’VIII secolo e la sua cattedrale, dedicata a Santa Maria, è un edificio che risale al III secolo; nel XIII secolo viene ricostruita nelle forme dell’architettura cistercense sul modello dell’abbazia di Fossanova. Nell’interno a tre navate lo spazio scandito da pilastri ed archi, poggianti su capitelli, rimanda all’opera degli scalpellini della vicina abbazia. All’esterno il tiburio-torre campanaria ricorda invece l’abbazia di Casamari. Nel XVI secolo, a seguito di interventi di ristrutturazione e ampliamento, l’orientamento dell’edificio viene invertito, con l’apertura dell’ingresso sul presbiterio attraverso tre nuovi portali praticati sul fondo delle absidi.

7 – Sermoneta, Collegiata di S. Maria: seggio in marmo, sec. II (Fototeca dell'Ufficio Beni Culturali Ecclesiastici della Diocesi di Latina-Terracina-Sezze-Priverno).
7 – Sermoneta, Collegiata di S. Maria: seggio in marmo, sec. II (Fototeca dell'Ufficio Beni Culturali Ecclesiastici della Diocesi di Latina-Terracina-Sezze-Priverno).
9 –  Segni, Chiesa di S. Pietro: facciata e campanile, sec. XII-XIII.
9 – Segni, Chiesa di S. Pietro: facciata e campanile, sec. XII-XIII.
10 – Sermoneta, Chiesa collegiata di S. Maria: campanile, sec. XII.
10 – Sermoneta, Chiesa collegiata di S. Maria: campanile, sec. XII.

Tutto l’apparato decorativo dell’architettura (fig. 11), le pregevoli bifore ogivali murate nel cortile della cattedrale (fig. 12) e i resti di un più antico ambone del XII-XIII secolo (fig. 13) attestano la raffinatezza raggiunta nella lavorazione della pietra dalle maestranze cistercensi.
Piperno ospita un proprio vescovo nell’XI secolo. Una epigrafe medievale murata nel pronao della cattedrale (fig. 14) ricorda la consacrazione, a seguito di una ricostruzione, ad opera di Lucio III nel 1183. Anche qui come a Sezze sono evidenti gli influssi cistercensi della vicina abbazia di Fossanova. Incominciata nel 1163 e finita nel primo decennio del Duecento, la chiesa viene modificata nel XVI e nel XVIII secolo. All’interno è venerata l’antica icona della Madonna di Mezzagosto del XIV-XV secolo (fig. 15) di gusto bizantino, probabilmente derivata dall’affresco della Madonna orante e regina del XI secolo, rinvenuto sull’abside di una chiesa costruita nella parte medievale del sito archeologico di Privernum. Splendidi esemplari dell’arte dei lapicidi – leoni ed altri animali stilofori e capitelli del XIII secolo (fig. 16) – sono ovunque visibili all’interno e all’esterno della cattedrale di Priverno.
Sempre nella stessa città all’interno della chiesa di S. Benedetto, già menzionata nel 1182 e di proprietà dell’abbazia di Fossanova, molti affreschi attestano la devozione dei privernati nei confronti della Vergine: per quanto frammentario e molto rovinato, risulta interessante, per l’ingenuità e la semplicità del linguaggio, quello con la Madonna della Misericordia che protegge con il suo manto i fedeli, ascrivibile al XIII secolo (fig. 17). Nella chiesa di S. Giovanni Evangelista, una ricostruzione cistercense di un edificio dei secoli IX-X, sono presenti numerosi affreschi databili dal XII al XV secolo, ai quali pare abbia lavorato Pietro Coleberti, pittore privernate di un certo rilievo. Mirabile il ciclo con le Storie della vita e del martirio di S. Caterina d’Alessandria – vissuta in Egitto nel secolo IV – che decora la navata sinistra a partire dai secoli XIII-XIV (fig. 18).

11 – Sezze, Basilica concattedrale di S. Maria: navata centrale, sec. XIII.
11 – Sezze, Basilica concattedrale di S. Maria: navata centrale, sec. XIII.
14 – Priverno. Piazza Vittorio Emanuele: Chiesa concattedrale di S. Maria e Palazzo Comunale.
14 – Priverno. Piazza Vittorio Emanuele: Chiesa concattedrale di S. Maria e Palazzo Comunale.
16 – Priverno, Chiesa concattedrale di S. Maria: leone stilofori del pronao, sec. XIII (Fototeca dell'Ufficio Beni Culturali Ecclesiastici della Diocesi di Latina-Terracina-Sezze-Priverno).
16 – Priverno, Chiesa concattedrale di S. Maria: leone stilofori del pronao, sec. XIII (Fototeca dell'Ufficio Beni Culturali Ecclesiastici della Diocesi di Latina-Terracina-Sezze-Priverno).
18 – Priverno, Chiesa di S. Giovanni Evangelista: Martirio di Santa Caterina d'Alessandria, sec. XIII-XIV.
18 – Priverno, Chiesa di S. Giovanni Evangelista: Martirio di Santa Caterina d'Alessandria, sec. XIII-XIV.
19 – Edward Lear, Fossanova,1841 (Archivio di Stato di Latina)
19 – Edward Lear, Fossanova,1841 (Archivio di Stato di Latina)
21 – Sermoneta, Abbazia di Valvisciolo: facciata, sec. XIII.
21 – Sermoneta, Abbazia di Valvisciolo: facciata, sec. XIII.
22 - Sermoneta, Abbazia di Valvisciolo: Lunetta del portale d'ingresso con affresco della Madonna in trono e Gesù Bambino tra i santi Pietro e Stefano, sec. XIII.
22 - Sermoneta, Abbazia di Valvisciolo: Lunetta del portale d'ingresso con affresco della Madonna in trono e Gesù Bambino tra i santi Pietro e Stefano, sec. XIII.
12 - Sezze, Basilica concattedrale di S. Maria: Finestre a bifora del Palazzo dei Canonici, sec. XII-XIII.
12 - Sezze, Basilica concattedrale di S. Maria: Finestre a bifora del Palazzo dei Canonici, sec. XII-XIII.
13 – Sezze, Basilica concattedrale di S. Maria: pannello frontale dell'ambone medievale (riutilizzato come base d'acquasantiera), sec. XII-XIII.
13 – Sezze, Basilica concattedrale di S. Maria: pannello frontale dell'ambone medievale (riutilizzato come base d'acquasantiera), sec. XII-XIII.
15 – Priverno, Chiesa concattedrale di S. Maria: icona della Madonna di Mezzagosto, sec. XIV-XV (Fototeca dell'Ufficio Beni Culturali Ecclesiastici della Diocesi di Latina-Terracina-Sezze-Priverno).
15 – Priverno, Chiesa concattedrale di S. Maria: icona della Madonna di Mezzagosto, sec. XIV-XV (Fototeca dell'Ufficio Beni Culturali Ecclesiastici della Diocesi di Latina-Terracina-Sezze-Priverno).
17 – Priverno, Chiesa di S. Antonio abate: Madonna della Misericordia, sec. XIII.
17 – Priverno, Chiesa di S. Antonio abate: Madonna della Misericordia, sec. XIII.

Nella storia dell’architettura l’abbazia di Fossanova (fig. 19) – dal nome del canale che contribuì a drenare l’acqua dei terreni circostanti – risulta un complesso monumentale di qualità altissima. Introduce il linguaggio cistercense, di origine francese, in Italia, facendo da ponte tra il romanico e il gotico tra il XII e il XIII secolo. La costruzione ha una analoga importanza nella storia della Chiesa, in quanto sottolinea il ritorno del monachesimo benedettino ad una severità e semplicità più consone al cristianesimo delle origini e in opposizione agli sviluppi coevi del ramo di Cluny. Essenzialità, proposta anche in ambito decorativo, che escludeva il ricorso alla pittura murale. La chiesa abbaziale, consacrata nel 1208, occupa un lato del chiostro su cui gravitano gli altri edifici – la sala del Capitolo, il refettorio, le abitazioni dei monaci e dei conversi, l’infermeria – necessari alla comunità monastica, i cui membri, oltre a pregare, lavoravano alla bonifica dei luoghi. Il modello spaziale e le lavorazioni degli elementi architettonici dei monaci costruttori e scalpellini (fig. 20) furono poi di esempio per le contemporanee chiese cattedrali di Priverno e Sezze, per la collegiata di S. Maria a Sermoneta e per la “sorella” abbazia di Valvisciolo (fig. 21). Qui, nella lunetta affrescata del portale d’ingresso, per quanto frammentaria, è riconoscibile la Madonna in trono e Gesù Bambino tra i santi Pietro e Stefano, eseguita da un artista, a noi sconosciuto, del XIII secolo (fig. 22).

20  - Priverno, Abbazia di Fossanova: interno della Chiesa, sec. XIII.
20 - Priverno, Abbazia di Fossanova: interno della Chiesa, sec. XIII.

Il patrimonio storico artistico dei Monti Lepini, dalle origini al XIV secolo.

A cura di:
Ferruccio Pantalfini
Vincenzo Scozzarella