Blog Single Post

mura-poligonali-1-1

Le Mura Poligonali sui Monti Lepini: Un Viaggio tra Storia e Architettura

Uno degli aspetti più caratteristici del paesaggio dei Monti Lepini è offerto dalla presenza di colossali mura di grandi blocchi: fortificazioni e terrazzamenti che segnano sui monti, perimetro e forma di antichi abitati. Alcuni di questi insediamenti, come Valvisciolo, Norba, Artena sono abbandonati da millenni e dove erano le case si estendono campi e pascoli, altri, al contrario, come Cori, Segni e Sezze, sono ancora abitati e si qualificano per quelle grandiose strutture, la cui impronta è stata così forte da segnare la moderna forma urbana. Per la loro imponenza queste mura hanno attirato fin dal Settecento l’attenzione degli studiosi e, soprattutto nell’Ottocento, accesa è stata la discussione sulla loro datazione, che molti avrebbero voluto fare risalire all’età del bronzo, sulla suggestione delle fortificazioni di Tirinto e Micene. Oggi quelle discussioni appaiono superate, grazie agli scavi di Norba, aperti all’inizio del Novecento per affrontare tale problematica e la pubblicazione nel 1957 dell’opera di Giuseppe Lugli, La tecnica edilizia romana. Gli scavi di Norba ne riportarono all’età romana le fortificazioni, escludendo datazioni antichissime. Il volume di Lugli richiamò l’attenzione sul lungo tempo in cui fu in uso l’opera poligonale e su come potessero essere state adottate contemporaneamente tecniche diverse. Dobbiamo a Lugli la classificazione dell’opera poligonale secondo quattro “maniere” in relazione al taglio dei blocchi e messa in opera, che viene costantemente adottata, ma che, come avverte lo studioso, non può valere per la definizione cronologica. Grazie a quelle ricerche e a studi successivi, è un dato acquisito come l’opera poligonale sia una tecnica adottata in luoghi rocciosi sia prima, sia durante, sia dopo la romanizzazione. E’ stato compreso come non sia possibile datare tali strutture su basi tecniche o estetiche, ma come sia da affrontare ciascun caso con indagini topografiche o di scavo. Un processo di revisione lento, che ha recato non poche novità per la zona dei Monti Lepini, ove l’itinerario porta a conoscere i resti più significativi di mura in opera poligonale. La descrizione, necessariamente sintetica, non può sostituirsi a una visita, ma solo offrirne lo stimolo. Le costruzioni che si avvalgono della I maniera dell’opera poligonale, realizzate con blocchi informi o rozzamente sbozzati, sono diffuse in un arco cronologico molto ampio, avvalendosi di sistemi ancora in uso.

Un significativo esempio sono le mura dell’abitato posto a monte dell’Abbazia di Valvisciolo, su una stretta e scoscesa costa montana: possenti muraglioni in opera poligonale scandiscono la dorsale e la ordinano in un sistema di terrazzi che costituiscono la sua pianificazione e difesa. Un lungo muraglione esterno segna la perimetrazione unitaria.

Al suo interno le mura si dispongono con andamento a V, seguendo la dorsale del monte. Le fronti, rilevandosi l’una sull’altra, determinano un concatenamento articolato in modo che ogni terrazzo possa dominare e controllare quello sottostante: l’autonomia tattica che il sistema presuppone è evidenziata dalle porte aperte sulle fronti murarie, legate a principi difensivi di tipo sceo. Le mura, inquadrabili alla fine del VII – inizio del VI sec. a.C. sono tra i più antichi esempi di opera poligonale, non solo nell’area Lepina.

mura-poligonali-valvisciolo-1024x768

A poca distanza da Valvisciolo, sull’alto dei monti, sorge Norba, universalmente nota per le spettacolari mura in opera poligonale e l’impianto urbanistico ortogonale segnato da grandiosi terrazzi che regolarizzano i dislivelli. La città, incredibilmente intatta, è una sorta di Pompei repubblicana del Lazio: i resti ne propongono una immagine ferma per larga parte all’81 a.C. Quell’anno la città, che nella lotta tra Mario e Silla era schierata con Mario, fu presa dalle truppe di Silla e secondo il drammatico racconto di Appiano i suoi abitanti, piuttosto che cadere nelle mani del nemico, preferirono uccidersi e appiccare fuoco alle case; l’incendio fu tanto violento che le truppe sillane non ricavarono alcun bottino. Le mura, di grandi blocchi calcarei disposti a secco, per l’imponenza e eccezionale conservazione nella solitudine del paesaggio aspro sono divenute emblematiche dell’opera poligonale. Il loro percorso, di oltre 2,500 km, risponde all’esigenza tattica di sfruttare le difese naturali e mostra singolare spettacolarità sul versante pontino, con rocce mosse e strapiombanti. Lungo le mura si aprono, strategicamente, quattro porte e diverse posterle. Tra le principali, Porta Ninfina, sul punzone che strapiomba su Ninfa, costituiva l’accesso più antico alla città su questo versante. Porta Maggiore mostra una impostazione di incisiva scenografia, eccezionale conservazione e accuratezza di costruzione, soprattutto nella torre semicircolare che la munisce. Si apre nel tratto più grandioso delle mura, alte fino a 12 metri, costruite con grandi blocchi, come sul versante nord est, ove sporge la Loggia, un torrione che con 13 metri di altezza domina tutto il versante.

norma

Anche le rovine della città antica che chiamiamo Artena costituiscono un complesso grandioso, impostato geometricamente sull’accidentalità del terreno calcareo movimentato e scosceso. L’abitato è cinto da potenti mura in opera poligonale con terrazzi all’interno che articolano il monte in piani digradanti, così da imporre un disegno razionale, che supera le avversità naturali a costo di notevoli difficoltà. Le mura sono realizzate in massiccia opera poligonale apparentemente molto rozza, a grandi blocchi appena sbozzati, connessi con largo uso di tasselli, alte fino a 5,6 m. La loro costruzione è stata inquadrata tra gli ultimi decenni del IV e la metà del III sec. a.C., epoca nella quale sono note strutture costruite con tecnica più accurata, ma, in questo caso, la mediocre qualità del materiale a disposizione può avere influito sulla tecnica costruttiva. Diverso dai precedenti il caso di Cori, Segni e Sezze, ove la continuità di vita ha tuttavia conservato nell’assetto moderno la forma della città antica e per tratti cospicui il percorso sia delle mura in opera poligonale che al loro interno i grandi terrazzi, che scandivano e regolarizzavano il rilievo.

artena

Cori e Segni, la marcata pendenza del colle sul quale si impostano gli abitati, ha portato a soluzioni spettacolari. Le mura si distinguono per la lunghezza (2 km a Cori, ben 5 a Segni) e le differenze nella tecnica costruttiva che si riconoscono rispecchiano fasi diverse della vita di quelle città. A Cori possiamo apprezzare tratti di mura poderose di III maniera, di epoca medio repubblicana e monumentali tratti in opera incerta, con torri semicircolari, di tarda età repubblicana. A Segni, oltre a imponenti tratti di mura in opera poligonale, vanno ricordate (e viste) le spettacolari porte: Porta Saracena, dal caratteristico profilo ad ogiva tronca, coperta da un grande architrave monolitico e la Porta Foca detta anche dello Steccato, tra le più integre e suggestive, a profilo curveggiante su un lato e coperta da due possenti architravi monolitici. Più ridotto il perimetro fortificato di Sezze, che si imposta in condizioni orografiche ideali, lungo il perimetro di un colle pianeggiante: vi si riconoscono mura in opera poligonale in I-II maniera, riferibili ad epoca medio repubblicana e magnifici tratti in opera poligonale di III-IV maniera ed ancora in opera incerta, di epoca tardo repubblicana; questi ultimi definiscono ampie platee a pianta rettangolare, realizzate per accogliere nuovi quartieri cittadini.

cori-3
sezze
segni

La tecnica dell’opera poligonale, come dimostrato da Giuseppe Lugli e altri studi successivi, è stata impiegata in epoche diverse, sia prima sia durante sia dopo la romanizzazione della regione. Questo ha reso difficile una datazione precisa basata esclusivamente su criteri tecnici o estetici. Inoltre, la classificazione delle mura poligonali in quattro maniere, proposta da Lugli, sebbene ampiamente adottata, non può essere utilizzata per stabilire una cronologia precisa.

In conclusione, le mura poligonali dei Monti Lepini non sono solo testimonianze di antiche civiltà, ma anche esempi straordinari di ingegneria e architettura. Ogni sito, con la sua unicità, racconta una storia che si intreccia tra natura, tecnica e strategia, rimanendo un fascinoso enigma per storici e archeologi. Le loro imponenti strutture continuano a dominare il paesaggio, invitando visitatori e studiosi a un viaggio nel tempo alla scoperta delle radici storiche di questa affascinante regione italiana.

di Sinopoli Francesco e Laura Campagna 

0 Comment