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ENOGASTRONOMIA

Carciofi

Gli Etruschi forse già conoscevano la pianta selvatica del carciofo. Secoli dopo, invece, i Greci e i Romani la conobbero sicuramente. La chiamavano Cynara come la ragazza sedotta da Giove e poi tramutata proprio in carciofo. Anche se i Romani ne furono grandi consumatori, la domesticazione del carciofo cominciò solo nel I secolo. Da allora la diffusione del pregiato fiore non si è mai arrestata e nel 2002, per tutelarlo dalle imitazioni, è stato insignito del marchio Igp. In provincia di Latina, come previsto dal disciplinare di produzione, si coltiva solo in alcuni comuni: tra questi, ovviamente, c’è Sezze.

Il Carciofo romanesco Igp è una pianta erbacea pollinare, provvista di radice (rizoma) sotterranea dalle cui gemme si sviluppano i fusti ramificati. Ha un colore verde scuro con foglie di grandi dimensioni. La pianta ha un capolino principale, dalla forma sferica con foro all’apice dal caratteristico colore verde con sfumature violette. La pianta produce dai sei agli otto capolini per consumo fresco; da cinque a otto per uso conserviero. Il carciofo ha trovato in questa zona della Pianura Pontina particolare attecchimento in quanto è una pianta che non ama l’umidità, le basse temperature ma, al contrario, richiede un clima mite e terreni neutri e ben drenati. Inoltre, il carciofo richiede molte cure; per questo è una specie da rinnovo che precede o segue colture di cereali o altri ortaggi. L’impianto dei carducci avviene tra agosto e ottobre. La raccolta comincia a gennaio e si protrae fino a maggio,con una successiva raccolta a giugno per la produzione di carciofini. Il Carciofo romanesco Igp richiede una accurata lavorazione del terreno con aratura o rippatura seguita da una lavorazione superficiale; tale operazione deve essere preceduta dalla distribuzione dei concimi fosfo-potassici ed eventualmente del fertilizzante organico.

Nel 1970  a Sezze  l’Amministrazione Comunale decise di fare una sagra in onore proprio del carciofo. Aveva principalmente economico, vale a dire incentivare la produzione e la vendita diretta di un prodotto che è stato fonte di ricchezza di un intero comune. Oggi la produzione del carciofo romanesco IGP  a Sezze si è drasticamente ridotta. Tuttavia, nel periodo primaverile è possibile acquistarlo in molte aziende agricole, nei negozi di ortofrutta o da piccoli coltivatori diretti.

A Sezze, il carciofo però ha una radicata tradizione e cultura.Si narra che i contadini abbandonavano le proprie abitazioni per alcuni mesi, dedicandosi alla cura e alla coltivazione del carciofo e questo ha fatto sì che, anche prima dell’importante riconoscimento europeo, questo ortaggio fosse la punta di diamante dell’agricoltura locale.

Il suo sapore è inconfondibile. La sua straordinaria fragranza, la tenerezza del suo cuore e la morbidezza delle sue foglie, oltre al fatto di contenere tanto ferro e fibre, ne fanno uno dei prodotti più presenti nella ristorazione. Viene cucinato in diversi modi: alla giudia, arrosto, al
 tegame e fritti dorati.

Ricetta

Carciofi alla giudia

Ingredienti per 4 persone

4 carciofi romaneschi Igp; Olio extravergine d’oliva; un limone, sale e pepe.

Eliminate le foglie esterne più dure dei carciofi, pulite i gambi, togliete i filamenti ma lasciateli lunghi tre, quattro centimetri. Lavateli, batteteli su un tagliere per allargare un po’ le foglie. Sfregateli con il limone perché non anneriscano. Salateli e pepateli all’interno delle foglie. Mettete abbondante olio in un tegame e ponetelo sul fuoco a calore moderato. Sistematevi i carciofi con il gambo in alto e fateli stufare lentamente affinché cuociano bene anche all’interno. Dopo una decina di minuti girateli perché cuociano anche dall’altra parte e lasciateli sul fuoco per altri dieci minuti. Serviteli ben caldi.

Pane

La pagnotta di Sezze indubbiamente è uno degli alimenti più noti del territorio provinciale. Ha la classica forma tondeggiante con crosta di colore bruno; ha un peso che varia tra i 500 e i 1000 grammi, viene preparata con farina di 0, spesso eseguendo una doppia lievitazione. È prodotta quotidianamente e la si può trovare sempre sui banchi dei negozi alimentari in qualsiasi momento della giornata. Un prodotto dal forte appeal, figlio di una tradizione secolare durata fino agli anni Sessanta – Settanta del secolo scorso: quando ancora settimanalmente ci si recava al forno per cuocere il pane che veniva utilizzato dalle famiglie. A Sezze, quando si panificava ancora nei forni  privati disseminati in tutto il territorio, esisteva un vero e proprio rito che doveva essere rispettato. Era, come si diceva allora una questione di “grado”, vale a dire il diritto di precedenza all’infornata. Questo veniva attribuito in base alla scala sociale, quindi un grado “alto” oltre a permettere di infornare prima designava lo stato sociale della proprietaria delle pagnotte. Va da se che ad un’errata attribuzione del grado corrispondeva un’inevitabile e, spesso, violenta lite tra massaie. Il pane si preparava solitamente ogni otto giorni. Si cominciava di notte quando le “portatrici” chiamate cariatòre passavano sotto le abitazioni delle massaie e davano il via ai lavori gridando ammassà. Si preparava così l’impasto. Dopo circa un paio d’ore, cioè a lievitazione avvenuta, le cariatòre ripetevano il giro dando l’ordine di ’ntavolà. Le massaie provvedevano così a sagomare le pagnotte e predisporle per essere portate al forno. Venivano sistemate all’interno delle spase, appositi contenitori di legno. Sul loro fondo si metteva un lenzuolo sul quale si gettava un po’ di farina per non far attaccare la massa; si poneva la pagnotta, si ripiegava il lenzuolo attorno a questa, si rimetteva un’altra pagnotta e si procedeva così fino all’ultima. Poi il tutto veniva ricoperto con un panno grezzo o con uno di lana per permettere la ricrescita. Una volta giunte al forno le spase venivano adagiate sopra un tavolo e sistemate per essere infornate. Questa disposizione, tuttavia, non era casuale. Più la spasa era vicina al forno più alto era il “grado”. E a rimarcare ancora di più questa differenza le pagnotte venivano segnate per essere poi, una volta cotte, riconosciute. Tutte le famiglie facevano il pane e in ogni rione c’erano due o più forni
 per la sua cottura.

La panificazione rivelava anche un importante elemento distintivo della scala sociale dei cittadini setini: chi aveva la farina per tutto l’anno poteva permettersi di panificare direttamente, mentre chi non trovava la farina si doveva impegnare a lavorare per essere pagato, non con denaro, ma con il pane.

Nei secoli questa tradizione è andata, ovviamente, sfumando e si è passati da una panificazione a carattere individuale a una lavorazione di tipo industriale. Ma tutto ciò non ha mutato affatto il prestigio di questo prodotto e con le nuove tecniche di panificazione, esso ha mantenuto le sue caratteristiche peculiari: morbidezza, profumo e sapore. Proprio per questo resta un vanto di Sezze. Fra gli ingredienti base di molti piatti tipici, arriva ormai sui mercati della provincia e di Roma.

Pizza al mattone

La pizza al mattone o “pizza roscia” è un impasto di farina di mais, cotto su di un mattone rosso rovente, posto davanti al camino. Di solito questa veniva mangiata calda, accompagnata dai broccoletti di Sezze.

Broccoletti

I broccoletti setini rappresentano, al pari dei carciofi, l’eccellenza della produzione agricola locale. La loro commercializzazione, tuttavia, è sempre stata più circoscritta rispetto a quella del più famoso carciofo romanesco IGP. I broccoletti setini, detti “simi” per la loro gran quantità di semi, differiscono profondamente dagli altri coltivati nel Lazio e nelle regioni dell’Italia meridionale per le foglie affusolate, poco frastagliate e di colore verde lucente. Differiscono, soprattutto, per il sapore unico: decisamente più forte rispetto ai tradizionali broccoletti presenti sul mercato. Si tratta di una varietà autoctona di rapa nata con il tempo, attraverso una lunga selezione operata dagli stessi contadini che ancora oggi producono in proprio i semi. Due sono gli ecotipi che vengono coltivati: uno a ciclo tardivo (circa novanta giorni) l’altro a ciclo medio-precoce (circa sessanta giorni). Si piantano in estate e si raccolgono in inverno, ma oggi è sempre più frequente trovarli anche nelle altre stagioni. Tradizionalmente si cuociono “a crudo”. Una volta ripuliti dal gambo e dalle foglie più dure si mettono direttamente in padella con acqua e uno spicchio di aglio. Si fanno bollire e si ripassano in abbondante olio extravergine di oliva e peperoncino. Tale metodo di cottura riesce a preservare integralmente il sapore deciso di questa verdura. Spesso si mangiano  con il pane e con le salsicce di maiale. Sono utilizzati come ripieno per il tradizionale “calascione” o come condimento di numerosi tipi di pizza. I broccoletti vengono commercializzati in mazzetti del peso poco inferiore al chilogrammo (sette, otto etti). Durante il periodo di raccolta è possibile acquistarli direttamente dagli agricoltori, nelle cooperative agricole e nei supermercati della zona.

Lacchene e fagioli

Le lacchene sono una sorta di maltagliati  preparati con acqua e farina. Vengono cucinate con i fagioli secchi cannellini, sedano, aglio, rosmarino, pomodori pelati, finocchietto di montagna, olio, cipolla e olive.

Minestra rappragacornuti

Questa minestra, tipica di Sezze e Roccagorga, viene preparata con pane raffermo, tagliato a fette sottili e insaporite con brodo, ottenuto con cipolla, zucchine, foglie e tralci della pianta di zucchini, pomodori freschi, lumache, uova, olio e sale.

Si dice che il nome derivi dal fatto che le donne infedeli la preparavano in brevissimo tempo per dedicarsi incontri fedifraghi.

Zuppa di fagioli

Piatto storico della cucina setina, è composto da fagioli secchi cannellini, sedano, aglio, rosmarino, pomodori pelati, finocchietto di montagna, olio, cipolla, olive e pane. Alimento base della dieta dei contadini, oggi si degusta in quasi tutti i ristoranti del posto.

Ricetta

Zuppa di pane con fagioli

Ingredienti per quattro persone: una pagnotta di pane raffermo, 500 gr di fagioli secchi cannellino, una costa di sedano, uno spicchio di aglio, un rametto di rosmarino, 3 pomodori pelati, finocchietto di montagna in semi o fresco, olio extravergine di oliva.

Mettete i fagioli a mollo per tutta la notte per lessarli il giorno successivo. In una pentola mettete l’olio, l’aglio e il rosmarino pestati insieme, aggiungete il finocchietto e i pelati e far cuocere per circa dieci minuti, quindi aggiungete i fagioli lessati e l’acqua di cottura. Fate insaporire a fuoco basso per circa un’ora. Intanto tagliate il pane a fettine e posizionatele dentro una grossa teglia. Quando i fagioli cominceranno a essere insaporiti versateli delicatamente sopra il pane in modo da inzuppare tute le fette. Lasciate riposare qualche minuto e servite la zuppa. Mangiatela accompagnandola con olive, cipolla fresca o ravanelli.

Bazzoffia

La Bazzoffia è una minestra a base di verdure, della quale i borghi di Sezze e Priverno rivendicano la migliore tradizione e qualità. E’ un tipico piatto della cucina povera, da sempre gustata anche da pellegrini e viandanti.

Ancora oggi, viene preparata solo quando la terra fornisce gli ingredienti necessari, in primavera/estate, il che vuol dire assoluta garanzia della genuinità derivante dal rispetto della stagionalità oltre che dai sistemi e metodi di produzione. Un piatto ricco e salutare come pochi, preparato con pane raffermo, tagliato a fette sottili e messo dentro una zuppiera, viene insaporito con un abbondante brodo in cui si mescolano cipolla, sedano, patate, bieta, spinaci, zucchine, fagioli, uova, carciofi, piselli e fave fresche, fiori e germogli teneri di zucca, aglio e rosmarino. Alla fine si condisce il tutto con del pecorino.

Prima di essere consumata è bene lasciarla riposare una mezz’ora.

Prodotti di bufala

La mozzarella di bufala campana DOP

La bufala è stata per secoli il simbolo delle terre pontine. È dal XII secolo che con il suo latte si produce la mozzarella. Alcuni documenti del monastero di San Lorenzo a Capua dimostrano che i monaci offrivano una mozza con del pane ai componenti del Capitolo metropolitani in segno di riconoscimento per i domini ricevuti in concessione. Documenti d’archivio attestano anche come lo Stato Pontificio obbligasse una famiglia nobile del Lazio a cedere suoi terreni per il pascolo degli animali. La Mozzarella di bufala Campana ha ricevuto il marchio Dop nel 1996. Tra i luoghi contemplati nel disciplinare di produzione spicca la provincia di Latina come zona dalla quale proviene il maggior quantitativo di latte. Da secoli in queste zone si allevano bufali; non a caso, infatti, proprio il bufalo è stato per secoli il simbolo della Pianura Pontina. La Mozzarella di bufala campana Dop è un formaggio fresco, a pasta filata, ottenuto esclusivamente con latte di bufala intero fresco crudo o eventualmente termizzato o pastorizzato. Il latte di bufala viene opportunamente filtrato con mezzi tradizionali e acidificato con aggiunta di siero naturale derivante da precedenti lavorazioni del latte di bufala. La coagulazione è ottenuta per aggiunta di caglio naturale di vitello. Al termine della maturazione la cagliata viene ridotta a strisce poste in appositi recipienti dove, con l’aggiunta di acqua bollente, viene filata e poi mozzata per assicurare ai singoli pezzi ottenuti la forma e le dimensioni previste. Il prodotto finale è generalmente di forma rotonda. Sono ammesse anche altre forme tipiche della zona di produzione quali bocconcini, trecce, perline, ciliegine, nodini ovoline. Il prodotto finale si presenta privo di occhiature, con una crosta molto sottile e lucente e di colore bianco porcellanato. Si tratta di un prodotto dal sapore inconfondibile, con consistenza leggermente elastica nelle prime 8-10 ore dopo la produzione, successivamente più fondente, ha forma globosa, struttura a foglie sottili sovrapposte, che tendono a scomparire negli strati immediatamente sotto primo.

La consistente presenza di flora lattica e di sostanze proteiche, l’alto contenuto di vitamine e sali minerali, la ricchezza di calcio, fanno della mozzarella di bufala campana un eccellente prodotto dal punto di vista nutrizionale.

La mozzarella di bufala campana Dop può essere acquistata nei negozi alimentari presenti a Sezze.

Ricetta

Ingredienti per 4 persone: 200 gr di Mozzarella di Bufala Campana, 100 gr di pecorino grattugiato, 200 gr di pane tostato e tagliato a cubetti, 3 uova, prezzemolo tritato, pepe, noce moscata, brodo di carne.

Tagliate a cubetti la mozzarella e mischiatela alle uova sbattute col formaggio pecorino. Unite il prezzemolo tritato, pepate e grattateci sopra un poco di noce moscata. Mettete il brodo sul fuoco e quando bolle mischiate le uova con il formaggio. Quando riprenderà a bollire la minestra sarà pronta.  Versate nei piatti in cui, precedentemente,  avrete distribuito  del pane.

 

Derivati della bufala

Fino a non molto tempo fa, l’allevamento delle bufale, concentrato in particolare nell’Italia centro-meridionale, era finalizzato quasi esclusivamente all’impiego del latte e dei suoi derivati, tra i quali spicca la mozzarella e la ricotta,  le carni erano poco considerate. Eppure la carne bufalina è ottima: contiene una percentuale molto bassa di grasso – solo il 3% – con la prevalenza di quelli insaturi rispetto a quelli saturi. I primi sono importantissimi per combattere il colesterolo: ecco perché questo tipo di carne è ampiamente utilizzata nelle diete alimentari legate a patologie come la colesterolemia. È, infatti, una carne rossa caratterizzata dalla copertura superficiale del grasso; questo, trovandosi solo nella copertura esterna e non essendo infiltrato all’interno della massa muscolare, può essere facilmente separato dalle parti magre. Per tale motivo la carne di bufala non risulta dura, poco sapida o asciutta. È, al contrario, succosa e tenera – grazie alla quantità minima di idrossiprolina presente nel collagene – e ha una ritenzione idrica migliore rispetto alle altre specie allevate. Per ottenere il massimo risultato del prodotto, è fondamentale il metodo d’allevamento, ma anche quello di macellazione e taglio delle carni. I vitelli vengono allevati per tre mesi da vacche nutrici, trasferiti nelle stalle di ingrasso e di svezzamento. Non solo il metodo d’allevamento è importante, ma anche quello di macellazione e taglio delle carni sono fondamentali ai fini di ottenere il massimo risultato del prodotto trasformato. La carne, per poter essere tenera e gustosa va sottoposta ad un processo corretto di frollatura, in condizioni di temperatura ed umidità controllata. In questo passaggio gli enzimi in essa presenti ne disgregano le fibre secondo un processo simile a quello della digestione, con il risultato di aumentare la tenerezza e migliorarne il sapore. Diversi i tagli presenti sul mercato. Si producono, inoltre, alcuni insaccati su cui spiccano le salsicce da consumarsi fresche, secche o conservate sotto olio.

Se la mozzarella, la ricotta e i formaggi sono i prodotti per eccellenza ricavati dalla trasformazione del latte di bufala, ultimamente, la produzione di yogurt e gelati si sta affiancando ad essa. A Sezze si trova l’azienda che è stata tra le prime in Italia ad avviare questo nuovo tipo di produzione. Il gelato al latte di bufala, dal sapore delicato, contiene la metà dei grassi rispetto a quelli preparati comunemente con il latte vaccino. Lo yogurt al naturale è invece ricco di calcio ed è consigliato per donne, bambini e anziani.

Dolci

In occasione delle festività a Sezze era uso comune preparare i dolci. Ciò avveniva anche in occasione di battesimi, comunioni e matrimoni. I forni rionali erano presi d’assalto dalle massaie che infornavano e sfornavano decine di crostatine, biscotti, ciambelle. Con la progressiva chiusura dei forni rionali se si voleva acquistare qualche dolce setino bisognava rivolgersi a privati che, al bisogno, provvedevano a preparare le bontà richieste. Da qualche decennio, invece, i dolci setini hanno avuto una nuova vita: oggi tutti i forni e le pasticcerie locali producono giornalmente ogni tipo di dolce, magari rivisitandolo o proponendo nuove versioni. La lista è veramente lunga e per chi vuole assaggiarli c’è veramente l’imbarazzo della scelta. Le più famose sono senza dubbio le crostatine di visciola e le paste di mandorla, dette comunemente “pastarelle”.  Sono i dolci tipici delle feste, assieme ai biscotti e croccanti. Venivano preparate anche per confezionare i cabaret da donare come bomboniere in caso di cerimonie come battesimi, comunioni e matrimoni. Le pastarelle di visciola sono forse il dolce più rappresentativo di Sezze. L’unico che riesce a varcare i confini provinciali. Si preparano con uova, zucchero, strutto, buccia di limone grattugiata, farina e marmellata di visciola come ripieno. Si amalgamano gli  ingredienti fino ad ottenere un impasto malleabile. Successivamente si imburrano i caratteristici stampini di alluminio dalla forma cilindrica o a barchetta e si riempiono di pasta e marmellata. Si guarniscono poi con delle striscioline di pasta e si spennella con uovo battuto. La cottura avviene in forno a 200 gradi. Le paste di mandorla, invece, si caratterizzano per l’ostia posta come base su cui poggia il composto. Spesso, in maniera del tutto errata, vengono chiamate “amaretti” che pure loro sono fatti con mandorle triturate ma che non sono come le paste di Sezze. Il dolce setino si prepara dunque con mandorle triturate, zucchero, buccia di limone. Il tutto amalgamato insieme ad alcune chiare di uovo. L’impasto si posiziona sopra le ostie e si spolvera con un po’ di zucchero. Anche i biscotti e i croccanti si preparavano soprattutto in occasione delle cerimonie. I primi si preparavano con un impasto a base di uova, farina, olio, lievito, strutto e buccia di limone grattugiata.  La pasta, una volta lavorata, veniva tagliata in bastoncini di circa dieci centimetri che venivano posizionati sulle teglie e spennellati con la chiara d’uovo. L’impasto per i croccanti è lo stesso, solo che si aggiungono delle mandorle tostate. A metà cottura vengono tagliati a losanghe e infornati nuovamente per completare il processo di cottura.

Nel periodo della quaresima si era soliti preparare le ciambelle d’acqua. L’impasto è davvero semplice: farina, olio, zucchero e, appunto, acqua. Quando raggiunge una buona consistenza può cominciare  ad essere lavorato. Le ciambelle vengono prima bollite, lasciate riposare per un giorno e poi cotte al forno. Il risultato è una ciambella dura che conserva la sua fragranza per diversi giorni. Nella settimana di Pasqua, invece, si preparavano soprattutto il tortolo e lo spaccarello. Due dolci tipici, dalla forma simile entrambi lievitati. Hanno per questo la forma di una piccola pagnotta di pane. Il tortolo, veniva fatto lievitare due volte. Mentre le ciambelle di vino, come dice il nome stesso, si preparavano con vino bianco, farina e zucchero.

A Ferragosto si preparava la pagnottella del Salvatore. L’impasto è quello del tortolo, lievitato una sola volta. Le pagnottelle venivano ostentate e benedette in occasione della processione del SS Salvatore. Le “zippole” sono il dolce più rappresentativo del periodo natalizio, preparato di solito alla vigilia di capodanno. Si tratta di una pasta arricchita di uvetta e pinoli, fritta in olio bollente. La caciata, invece, è una torta dall’ineguagliabile gusto. Si prepara con una base di pasta frolla riempita di ricotta, rum e cannella. Oggi in commercio si trovano cacciate in miniatura, grandi quanto le paste di visciola.

Tutti questi dolci – con eccezione delle zeppole – si trovano quotidianamente nei forni e nelle pasticcerie di Sezze.

Marmellata di Visciole

La leggenda vuole che il Prunus cerasus sia stato portato in Italia dal generale romano Lucullo, nel 65 a.C. Tale nome deriverebbe dalla città turca di Kerasum. La pianta del visciolo (il cui frutto si chiama visciola), appartiene alla variante Austera del Prunus cerasus. A Sezze il visciolo è stato coltivato negli anni passati con una certa intensità. Coltura che oggi è quasi del tutto scomparsa. Sopravvive solamente a livello domestico. La pianta si può incontrare nelle zone più rurali della conca di Suso. È infatti una pianta rustica, molto tenace che si adatta bene anche a terreni poco o per niente coltivati. Il frutto simile all’amarena è di colore rosso scuro, con succo sanguigno e sapore acido. Ha tante proprietà benefiche: da alcuni studi effettuati, sembra che la visciola, grazie agli antociani (pigmenti idrosolubili che conferiscono la tipica colorazione purpurea del frutto) riesca a combattere le infiammazioni delle articolazioni causate dall’artrite. Avrebbe, inoltre, un’azione antidolorifica, simile a quella dell’aspirina. La sua coltivazione a Sezze era principalmente collegata alla produzione di marmellata agro-docle con la quale poi, si guarnivano crostate e “pastarelle”. Si utilizzavano le visciole anche per la produzione di ratafia. La marmellata si preparava solitamente nei mesi estivi, al termine della raccolta del frutto. In una grossa pentola si mettevano visciole precedentemente snocciolate e zucchero: il rapporto era un chilo di zucchero per tre chili di visciole. Dopo una prima veloce cottura si aggiungeva lentamente lo zucchero e si girava il composto per qualche ora, cioè fino a quando non diventava colloso. Una volta terminata la cottura la marmellata veniva versata all’interno di grossi barattoli ermetici. Oggi, la produzione della marmellata, rimane un processo di tipo domestico. A Sezze non c’è un produttore. Tuttavia, sono tanti i forni e le pasticcerie che producono dolci con la marmellata di visciola.

Liquore al carciofo

amaro_carciofo_sezzeL’attività di trasformazione del carciofo romanesco IGP contempla vari prodotti, soprattutto sottolio e sottaceto. Se questa è un’attività che a Sezze è rimasta circoscritta all’ambiente domestico, quella della produzione dell’amaro al carciofo invece sta decollando a livello industriale. L’Aurora SRL è, infatti, una giovane società setina che si occupa della commercializzazione di tale prodotto. Sul mercato nazionale esiste da tempo un amaro al “gusto” di carciofo ma non è fatto con il pregiato “fiore” coltivato a Sezze. “Elisir, Amaro al carciofo setino” è ottenuto dalla lavorazione delle foglie fresche di carciofo raccolte nel momento balsamico migliore e provenienti dalla coltivazione tradizionale locale. Di  bassa gradazione alcolica, è ideale a fine pasto. Ricco di sodio, potassio, calcio, fosforo, ferro, proteine e vitamine, ma soprattutto di cinarina, che favorisce la diuresi renale e regolarizza l’intestino, ha infatti grandi virtù di digestivo. Generalmente si serve freddo e, grazie alla sua versatilità e alla sua unicità garantita dal gusto pieno e armonico, può essere gustato in qualsiasi occasione.

Ratafia

ratafia-liquore-alle-viscioleLa Ratafia è un liquore preparato con un infuso vinoso (vino rosso) di visciole, raccolte nel momento migliore della loro maturazione. Il nome “Ratafia” viene dal verbo “ratificare”, diffuso nell’antica Roma.
L’albero della visciola cresce spontaneo nelle colline di SEZZE. Da un’antica ricetta locale della nonna, ricaviamo la Ratafia dal gusto morbido ma deciso, adatto per tutte le situazioni, ottimo sia a temperatura ambiente che ghiacciato ed accompagna ottimamente pasticceria di qualità e finissimo cioccolato.

Dolci tipici di Carnevale